Venosa

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VENOSA

Venosa è sita nel nord della Basilicata su un altopiano compreso tra due valli ed è circondata da una rigogliosa vegetazione e da numerose alture.

CENNI STORICI

lncerta è l’etimologia del nome di Venusia: l’ipotesi che raccoglie maggior credito è quella che ritiene la città fondata in onore della dea dell’amore, Venere (Venus, dal Latino).
Fu fondata probabilmente dai Pelasgi, il popolo preellenico rappresentante della civiltà micenea. l primi contatti più o meno diretti fra Venusia e i Romani risalgono alla guerra fra Roma e i Sanniti. Nel 291 a. C. Venosa divenne colonia romana. In questa occasione i vinti, anche se conservarono le loro antiche prerogative (magistrati supremi, senato, leggi, moneta ed esercito) non riuscirono però a conservare la lingua, perché, il latino soppiantò l’Osco dei Sabini scacciati.  Nel 209 a. C. Roma mandò a Venosa un’altra colonia.

Un contributo notevole alla storia dello sviluppo di Venosa fu dato, nel 190 a. C. dall’apertura della Via Appia, con la quale Venosa ebbe modo di raggiungere, un periodo di floridezza, non solo politica e militare, ma anche economica e commerciale. Nell’89 a. C. fu concesso a Venosa il privilegio di essere “Municipium”, che procurò ai cittadini il diritto di cittadinanza romana e il diritto di voto attivo e passivo. La città vantava templi, anfiteatro, teatro, terme, monumenti; tutti, insomma, gli attributi d’un cospicuo ed evoluto “Municipium” romano.

Fu proprio in questo periodo, nel 65 a. C., che Venosa dette i natali al letterato Quinto Orazio Flacco, che, fino all’età di undici anni, crebbe in Venosa e che, per continuare gli studi, rinunciando il padre al posto di esattore delle imposte, si trasferì a Roma.

Nel 43 a. C. venne condotta a Venosa la terza ed ultima colonia romana, che dette alla città il momento di maggiore splendore. Fu solo nel 114 d. C., con la deviazione della Via Appia, che iniziò la decadenza di Venosa. Questa, purtroppo, si aggravò ulteriormente e progressivamente con la caduta dell’impero romano e l’invasione dei Barbari. Infatti, nel V secolo Venosa fu dominio degli Ostrogoti che, nel 553, la cedettero ai Bizantini. 

Nel 568 vi fu l’arrivo dei Longobardi che resero Venosa la loro principale fortezza nella zona. Vi furono a Venosa anche i Saraceni, che, dopo averla saccheggiata, la eressero a loro capitale. Il dominio saraceno duro ben quindici anni, dall’851 all’866, e terminò con le sconfitte degli invasori, inflitte loro da Ludovico II. Ma nel 926, tornarono i Saraceni a saccheggiarla. Con le conquiste di Basilio II, nel 976, Venosa cadde nuovamente nelle mani dei Bizantini.

Ma importanza fondamentale ebbe per Venosa l’arrivo dei Normanni nell’XI secolo, grazie ai quali Venosa tornò a fiorire. A capo dei Normanni, c’erano tre fratelli: Guglielmo, Drogone e Umfredo, figli di Tancredi d’AItavilla (e tutti e tre furono in seguito sepolti, assieme a Roberto il Guiscardo e la moglie Aberada, nella chiesa della SS. Trinità, allora una delle più grandi abbazie del sud). Ai Normanni successero gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi e infine i Borboni. Prima i Caracciolo, poi gli Orsini e i Gesualdo, resero Venosa “feudo”. Fu proprio Luigi IV Gesualdo che, dopo averla acquistata e dopo aver ricevuto, vent’anni dopo, nel 1661, il titolo di principe, innalzò Venosa alla “dignitas” di Principato.

Nel 1611, per il verificarsi di contrasti tra il potere locale e la chiesa, Venosa subì la sorte di “città scomunicata”. Nel millesettecento, Venosa visse uno stato di grande decadenza. Tuttavia nel milleottocento fu protagonista di alcuni episodi storici, Infatti al movimento liberale che va dal 1821 al 1870 diedero il loro contributo anche i cittadini di Venosa. Nella prima e seconda guerra mondiale Venosa ha sacrificato molti dei suoi cittadini, caduti per la patria. Dal 4 aprile 1967, per decreto del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, Venosa si fregia del titolo di Città.

ATTRATTIVE TURISTICHE

Castello Aragonese

Il Castello fu costruito per il contrasto sorto fra Giovanni Antonio Orsini ePirro del Balzo. Pirro del Balzo, divenuto signore di Venosa per il suo matrimonio con Maria Donata Orsini,non era molto amato dai venosini, nonostante la sua presunta e vantata discendenza da Baldassarre, uno dei re magi. I venosini, infatti, nostalgici per il clemente imperio degli Orsini, incoraggiarono palesemente i tentativi di Giovanni Antonio, zio di Maria Donata, d’impadronirsi della città.

Furono appunto quei tentativi che spinsero Pirro del Balzo, intorno al 1470, ad edificare il castello là dove sorgeva l’antica cattedrale. Incerta è la fine di Pirro del Balzo che, secondo alcuni, dopo la congiura dei Baroni, fu strangolato nel castello che lui stesso aveva fatto edificare.

L’aspetto originario del castello era ben diverso da quello attuale. Nato con funzione difensiva, nel corso del XVI e XVII secolo si trasformò da fortezza in residenza signorile. Grande prestigio ha dato al castello e alla stessa città di Venosa l’adibizione a Museo Nazionale Archeologico della galleria seminterrata (più precisamente la sistemazione del lapidarium, di una raccolta di epigrafi latine ed ebraiche e di altro materiale archeologico della zona).

Alcuni scavi ci hanno rivelato |’esistenza, nel castello, anche di una serie di elementi romani, come le due teste di leone poste all’inizio del ponte che ne permette l’accesso, e gli ambienti, corrispondenti probabilmente a cisterne per la riserva idrica della città.

Appartenne come feudo a varie famiglie fra le quali quella di Carlo Gesualdo,principe di Venosa e grande madrigalista, protagonista di un grave fatto di sangue. Quattro anni dopo le nozze, Don Carlo Gesualdo, nella dimora napoletana, dopo aver finto di andare a caccia e avendo fatto credere che non sarebbe ritornato in serata, sorprese la moglie Maria D’Avalos e il cugino Fabrizio Carafa duca d’Andria, amanti, addormentati, uccidendoli barbaramente.

Non bisogna dimenticare, infine, sempre per quanto riguarda il castello, l’antica leggenda popolare secondo la quale, ogni anno nella notte del 24 ottobre, festa di San Felice, nel fossato si terrebbe la processione di anime purganti o di martiri cristiani.

Il Parco Archeologico

Si trova alla periferia della città, fuori dal centro storico. Ne fanno parte: le terme, le domus, la SS. Trinità e l’anfiteatro.

LE TERME: Scarsi resti di murature in “opus reticulatum” ci permettono di inquadrare le terme fra l’età augustea e quella Giulio-Claudia. Sono composte da un ambiente adibito probabilmente a spogliatoio e da un altro per i bagni freddi (frigidarium), che si presenta pavimentato con mosaico ad animali marini e dotato di una vasca semicircolare. Da un passaggio non più visibile si accedeva ad ambienti a temperatura sempre più alta (tepidarium, calidarium, laconicum). ll riscaldamento era assicurato da forni (praefurnia).

LE DOMUS: A Venosa sono state ritrovate due abitazioni romane. La prima domus, posta accanto alle terme, si presenta con un breve corridoio che immette nell’atrio con una vasca al centro (impluvium), utile alla raccolta dell’acqua piovana. La pianta è quella tipica della casa romana: quattro stanze da letto (cubicula) più il vano principale (tablinum). La sua costruzione risale al ll secolo a. C., ma successivi interventi si sono avuti nella prima età imperiale. La seconda domus è posta di fronte alle terme e, anche se più grande della precedente, non si è conservata in buone condizioni.

L’ANFITEATRO: La fase della sua prima costruzione risale al I sec. d. C.; mentre, la seconda al II sec. d. C. Si presenta a forma di ellisse, scavata solo parzialmente, formata da un anello esterno pilastrato e da un corpo centrale a 3 livelli, occupati dalle gradinate dove sedevano gli spettatori. La funzione di queste gradinate era quella di differenziare gli spettatori a seconda della classe sociale cui appartenevano (anche se si pensa che, principale fruitore degli spettacoli gladiatori era soprattutto la popolazione rurale). Al centro dell’arena vi erano dei sotterranei che fungevano da ambienti di servizio. In virtù di alcuni rinvenimenti (un piccolo tesoro di circa 200 monete, una iscrizione ebraica su una tomba ed alcuni sepolcri, si pensa che forse, per un certo periodo, parte dell’anfiteatro fu destinato a cimitero ebraico.

La SS. Trinità

E’ sicuramente il complesso storico e monumentale più importante dell’intera Basilicata. Perciò il pellegrinaggio da ogni parte della regione continua ancora oggi, sia da parte di fedeli, soprattutto della settimana della festa della SS. Trinità, sia da parte di giovani coppie di sposi, la cui visita, secondo una tradizione popolare, assicurerebbe loro la felicità per tutta la vita.

La SS. Trinità è composta da:

– Chiesa antica

– Palazzo abbaziale

– L’”incompiuta”

– Battistero Paleocristiano.

La Chiesa Antica: sorge sui resti di una domus romana e, nel corso degli anni, ha subito una serie di trasformazioni (in età Paleocristiana e Medievale). Risale all’età moderna (1930) il rifacimento del pavimento di marmo bianco dell’attuale “Chiesa antica” voluta dai Normanni nel 1042 e consacrata solo nel 1059 dal Papa Niccolo II. Sono qui conservate le tombe degli Altavilla.

Palazzo Abbaziale: posto sulla destra della facciata della chiesa antica, risale al 942. E’ costituito dalla Foresteria, al piano terra, e dal Monastero, nella parte superiore.

L’incompiuta: è la chiesa incompiuta posta sullo stesso asse della chiesa antica. Fu costruita nell’arco di tempo che va dall’età di Roberto il Guiscardo a quella di Ruggiero II o di Guglielmo d’Altavilla. Sono stati ritrovati e adoperati frammenti romani ed ebraici. La sua pianta è a croce latina. Al XVI sec. risale il campanile a vela.

Il Battistero Paleocristiano: La data della sua edificazione è incerta; tuttavia si sa che risale al V sec. d. C. E’ caratterizzato da un muro semicircolare, all’interno del quale vi è un secondo muro, trilobo, con tre archi che sembrano foglie di un trifoglio.  Al centro di questo vi  è una prima vasca battesimale esagonale, di rito cristiano. A circa cinque metri da questa, vi è una seconda vasca, a croce latina, probabilmente di rito ariano.

Chiese

CATTEDRALE DI S. FELICE E S. ANDREA: la Cattedrale è stata fatta costruire da Pirro del Balzo dopo il 1470, sulla chiesa greca di S. Basilio, in virtù dell’accordo preso col vescovo Geronimo Porfido. Il campanile, alto 42 metri, è composto da tre piani quadrati, da due ottagoni sovrapposti e dalla cuspide piramidale. All’interno colpisce il grandioso arco di stile gotico. A sinistra dell’ingresso vi è la tomba di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo. A fianco della tomba sono murati dei bassorilievi. La chiesa e ricca anche di reliquie di santi e di dipinti.

CHIESA DI S. MARTINO: presenta all’ingresso dei capitelli corinzi; mentre all’interno vi è una tavola probabilmente bizantina, che raffigura la Madonna dell’Idria (che secondo una tradizione popolare aveva il potere di fare miracoli). Non si conosce la data di edificazione di questa chiesa, anche se le prime notizie si sono avute intorno al XIII sec.

CHIESA DI S. MICHELE: risale al 1600 e fu costruita dal vescovo Giacinto Taurusio, pronipote di Papa Marcello II. Per un certo periodo, la “Torre” annessa alla chiesa ha ospitato, in estate, il vescovo.

CHIESA DEL PURGATORIO (O DI S. FILIPPO NERI): Risale al 1678. Caratteristica è la facciata d’arte Barocca. Sulla porta d’ingresso vi è una scritta di Orazio Flacco “pulvis et umbra”. Nell’interno è conservato il dipinto di S. Filippo Neri.

CHIESA DI S. DOMENICO: La sua edificazione risale al 1348. Sulla facciata sono posti motivi ornamentali del XIII sec. Annesso alla Chiesa c’era un convento (appartenuto ai Domenicani) che si estendeva col suo giardino fino a Piazza Orazio.

CHIESA DI S. ROCCO: Fu fatta costruire in onore di San Rocco, Patrono di Venosa, che liberò la città dalla pestilenza del 1501. Distrutta completamente dal terremoto del 1851, fu in seguito ricostruita.

Catacombe

CATACOMBE EBRAICHE
Sono un’altra testimonianza della grandezza di Venosa, dal momento che gli Ebrei, com’è noto, solevano stabilirsi soltanto nei centri commercialmente più strategici e importanti. Infatti la colonia ebraica venosina, già dal II sec. d. C., secondo alcune fonti, era una delle più ricche d’Italia (addirittura più di quella di Roma). Le catacombe, tradizionali sepolcri scavati nel tufo granulare vulcanico, si trovano nella contrada “La Maddalena”. Già i nomi stessi “La Maddalena” e “I Lazzari“, (contrada vicina) testimoniano che questa zona ha sempre avuto un preciso collegamento con gli Ebrei. Infatti sono composte da alcuni ambienti sotterranei e diversi cubiculi, le cui pareti, conservano graffiti ed epigrafi funerarie con iscrizioni in ebraico, in greco e latino (e tra quelle in latino alcune in latino barbarico), incisioni di candelabri a 7 braccia (menorah), corni, palme ed anfore, tutte espressioni del culto ebraico. Anche se la scoperta delle catacombe risale al 1853, si pensa fossero conosciute già dal 1584.

CATACOMBE CRISTIANE
A nord-est della contrada “La Maddalena”, il Colafemmina, nel 1972, scoprì un altro sepolcreto risalente probabilmente al IV sec. d. C., di origine cristiana, costituito da due corridoi ed arcosoli con sepolture a sarcofago chiuse da tegole di varia forma e dimensione. Il rinvenimento attesta la pacifica convivenza, a Venosa, di ebrei e cristiani.

La Casa di Orazio

LA COSIDDETTA CASA DI ORAZIO
E’ la casa in cui sarebbe nato Quinto Orazio Flacco e che (secondo un’antica tradizione venosina) il poeta ricordava come la “domus” che dava sull’immensa valIata del Reale. Recenti scavi hanno dimostrato essere parti di terme di una casa patrizia composta dal “calidarium”, cioè da una stanza rotonda per i bagni d’acqua calda, e da un altro vano rettangolare. La facciata si presenta in “opus reticulatum”. A sinistra dell’ingresso vi è un avanzo di scultura incastrato nel muro. La finestrella che si affaccia sul vicolo ha la forma di un ferro di cavallo. Infine, sotto la strada del vicolo fu scoperto un mosaico con soggetti marini,oggi coperto da una botola.

Sito Paleolitico

SITO PALEOLITICO DI LORETO – NOTARCHIRICO
Sito preistorico situato a circa 9 km da Venosa. Gli scavi sono stati condotti dal 1980 al 1985 in collaborazione con l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana e successivamente proseguiti dalla Soprintendenza Speciale al Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “L. Pigorini”, sotto la direzione di Marcello Piperno. Le ricerche hanno portato alla luce oltre 11 livelli sovrapposti databili tra 600.000 e 300.000 anni fa e documentano l’origine e l’evoluzione dell’Acheuleano in Europa occidentale. Alcuni livelli sono caratterizzati da materiali litici, cioè da manufatti di pietra, rappresentati spesso da Choppers unifacciali e bifacciali di selce. Durante gli scavi del 1988 è stato rinvenuto un cranio intero con le zanne ancora in connessione anatomica di “elephas antiquus”. Fra le specie animali più frequenti, a parte l’elefante, vi sono i cervidi e poi i bos e bison. Nel 1985 è stato rinvenuto anche un femore umano, frammentario e fortemente fossilizzato, attribuito ad un corpo femminile di età adulta. Si tratta probabilmente di un femore di Homo Erectus che rappresenta sicuramente il resto umano più antico dell’Italia Meridionale (almeno fra quelli noti).

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